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DOC.9 Rome, October 6, 1526

Rome, October 6, 1526. Rosso’s letter to Michelangelo in Florence in which he remarks on the slander that accused him of expressing the opinion that he would not adopt (because he did not like) the style (“maniera”) of Michelangelo’s frescoes on the ceiling of the Sistine Chapel, accompanied by expressions of love and affection.

Florence, Archivio Buonarroti, X, c. 659.

Two sheets, the first written on both sides, the front face inscribed in pencil in the upper left corner: 648, and at the lower right in pencil: 659 (Fig.DOC.9); the second sheet is written only on the front face and shows Rosso’s signature (Fig.DOC.9a).

Al magnifico viro Michelagnolo Buonarroti, felicità.

Quantunque più tempo et infinite volte con desiderio di scrivere pensato habbi, dalla debita reverentia dubitando non men tedio fosse che altro porgervi, son con questo timore ritardato sempre; ma vedo ogni stremo eser vitioso, perché dal debito timore in vile timidità transcorso.  Presso che pagato ho l’errore, anchora che non discaro in tucto è statomi questa (ancor che così facta) occasione, considerato esser causa non sol darmi materia, ma forzarmi ad far mio debito.  Del che se forse alquanto prolisso, vi prego ne perdoniate et tucto causate a la sincera adfection mia e timore di perdere quello che perdere non ho meritato: quest’è la gratia vostra, ad me sopra ad ogn’altra carissima.

Sicome voi sapete, moltissimi son quelli che dove il capo cacciare non possono, se ingegnano la coda mecterci; perché alcuni che qua con tucte lor forze si sono provati far di me anchora, sì come è lor maligna natura, far d’ogn’altro et mediante la Dio gratia et de l’huomini giusti (scoperto parte di loro bructure) con quella gratia e honore che ad huomini di tal sorte si aspecta riuscitine, di qua costì venuti essendo, al refugio d’ogni dappoco rcorsi, con la lingua a non altro advezza, intendo quanto più possano s’ingegnano vendicarsi o per megl[i]o dire ricoprir le loro vergogne.  Le quali cose, dato che ne l’honor tocco essendo, non senza qualche turbatione possibil sia pasarle, pure, confidandomi in quello che è somma verità, con patientia sopportavo; maxime havendo per più lettere inteso quanto voi, la vostra gratia et benignità, n’havete più volte difeso.  La qual cosa, considerato con quanta forza ai malivoli repugnava e per consequente ad quanto obligo legato alla excellentia vostra m’habbi per restar dell’una con sì scaricatissimo hanimo, et all’altra non sapendo trovar modo render minima parte delle debite gratie secondo l’obligo et affection mia, per manco errore senza scrivere mi passavo.  Ma li corrocti e a mal far disposti hanimi veggendo non posser in questo (sì come saria lor desiderio) dannarmi, ad nuovi modi per quanto intendo si sono voltati; li quali modi con molta maggior forza e passione più premerebbano se adcectati fussino.  Il che, quantunque da confidar habbimi ne l’integro e sano giuditio vostro e adpresso in la mia innocentia, pur non mi è parso tacere, troppo parendomi che nel vivo tochimi questo, cioè che intendo che ad voi [è] stato persuaso che io qua giungiendo e in la Cappella da voi dipinta entrando, dicessi che non volevo pigl[i]ar quella maniera.  La qual cosa, ancora che quanto la sia sciocca o in sé habbi di verisimile da per sé lo mostri, et quantunque, (sì come sopra dissi) nel giuditio vostro acto ad penetrare ogn’altra (dato che gran) cosa non pur questa sì facta scioccaggine, et si nella grandeza del’hanimo vostro, di simili novele poco curioso, confidare mi possi, non perciò mi é parso preterir li debiti modi ad purgare se ruggine alcuna entrata fussi nel concepto di voi o d’altri che di me così facta temerarietà inteso havessi.  Perché per questa vi dico che chi ardisce di cosi adfermare, i’dico che mente della parola sua, e per questa paratissimo ad ogni paragone.  Et non solo questo, ma che i’habbi mai altro che sì come di cosa divinamente facta parlato.  Et sì di quella et sì di voi e de ogn’altra opera vostra, se non di quanto merita, almeno di quanto io son capace.  Né questo penso che ad vile adulatione me adtribuirete, con ciò sia cosa che certissimo sono il cognoscete da per voi che senza non ’l posseresti operare, perché la pura mia intentione sho [sic: so] cognoscerete esser questa.  Dove i’ vi prego che di me sicondo il vostro buon hanimo facciate giuditio, e tal nel concepto vostro adceptatemi, et non sicondo chi più el mal mio desidera che la sua salute propria, et chi s’ingegna con questi modi ricoprir sé e vendicarsi del vituperio che qua gli ho facto.  Adpresso a tucto questo vi prego a un vostro garzone, il quale i’ non cognosco ma come ogn’altra cosa di voi, esso anchora amo e che di me ha facto sopra la dicta materia querela, vi piacci per benifitio mio per mia parte dirli che i’ lo priego inmagini che forse non manco adfectione vi porta el Rosso che lui si facci; ma pareria giusto che tanta più quanto più l’età mia, di qual voi siate, dovoveria [sic=doveria] essere capace che la sua per anchor non è forse.  Ma piacemi sentirlo adfectionato al suo pattone, il che da nobilità di spirito nascendo, non senza buona speranza di lui si può conghiecturare.  Ma far non posso già non mi dolghi che lui di me una così brutta cosa creda, e credendola ad altri la facci credere, dove di me (come d’arrogante) sì strana favola si facci.  Pure, in la verità di tucto mi confido.

Per non esser mio esercitio, i’non posso scrivendo del mio concepto […]ite una minima parte esprimere, ma in la buona mente vostra sperando, con q[uant]o ho dicto quieterò, che se per altro verso inmaginassi, leggerissimo saria per costì […]re et giustifi[carm]i, qual io sono et sarò sempre per voi servire paratissimo et disideroso sopra ogn’altra cosa.  Per ultimo vi prego vi piacci mantenermi (qual insino ad questo giorno […]isto) in la buona gratia vostra, ad la quale del continuvo mi raccomando.

Di Roma, questo dì vj di octobre MDXXVI, per il vostro affectionatissimo servitore

Rosso fiorentino

Al Magnifico viro Michelangelo Buonarroti in Firenze.1

 


1 All the published transcriptions of this letter are slightly faulty; corrections were made here by Gino Corti.  A photograph of part of the letter is reproduced in Pini, C., and G. Milanesi, La scrittura di artisti italiani, Rome, 1869-1876, II, facsimile 131.  Kusenberg, 1931, 193, n. 125, mentioned, Pl. XXX, of end of letter.  Venturi, IX, 5, 1932, mentioned.  Papini, Giovanni, Vita di Michelangiolo nella vita del suo tempo, Milan, 1949, 222-224, discussed.  Barocchi, Paola, in Giorgio Vasari, Vita di Michelangelo, Milan and Naples, IV, 1962, 1935, partially transcribed, partially paraphrased.  Michelangelo, 1964, 136-138, transcribed.  Barocchi and Ristori, 1973, 235-237, DCCLVII, transcribed.  Darragon, 1983, 11-12, 24, 85-86, transcribed from Barocchi and Ristori, 1973.  Carroll, 1987, 22-23, 35, n. 58, gives an English translation of the letter by the late Professor Mario Domandi.  Franklin, 1994, 132-133, 283, n. 48, 296, 306, Appendix E, DOCUMENT 2, 316, the transcription from Barocchi and Ristori, 1973.